Trasferiti in segreto a L’Aquila tutti gli ebrei sfuggiti, 70 anni fa, al rastrellamento del Ghetto di Roma

Sabato 16 ottobre 1943. Con il rastrellamento nazista del Ghetto di Roma, 1259 persone furono deportate ad Auschwitz. Solo 16 di loro sopravvissero e tornarono

Sabato 16 ottobre 1943. Con il rastrellamento nazista del Ghetto di Roma, 1259 persone furono deportate ad Auschwitz. Solo 16 di loro sopravvissero e tornarono

 

“Trasferire in segreto all’A-quila tutti gli ebrei sfuggiti alla retata del ghetto di Roma e tutti coloro che sono nei monasteri o nei conventi del Reatino”. 
 
Questo l’ordine perentorio ed accorato che diede il 16 ottobre del 1943 l’Antico Arcivescovo, il cardinale Carlo Confalonieri ad alcuni parroci e  guardiani (quelli fidatissimi) dei conventi di Città ducale, Castel S.Angelo, Borgo Velino e Antrodoco, facenti parte allora dell’Arcidiocesi aquilana.
 
L’ordine affidato a corrieri in bicicletta, partì immediatamente dopo che allo stesso cardinale fu recapitata una nota con cui la libraia di Corso Umberto, Amalia Agnelli, lo informava “di aver ricevuto con molta urgenza, 36 copie delle poesie del Pascoli, inviate ad alcuni studenti dei gesuiti e ai novizi dei francescani”.
 Targa del 1944 in ricordo del rastrellamento nel Ghetto di Roma nel 1943
 
Che si trattasse di ebrei e non di libri di poesie lo si evince dalla dicitura apposta sulla nota di pugno di Confalonieri: assistenza agli ebrei.
 
Quegli “ebrei-libri”, secondo le direttive dell’Arcivescovo Confalonieri, erano stati “smistati” da Amalia Agnelli, in parte nei conventi di Santa Chiara e di San Giuliano e in parte nel collegio dei Padri Gesuiti di piazza Santa Margherita.
 
L’urgenza fu dovuta ai riferimenti di alcuni “ebrei-libri” circa il rastrellamento dei tedeschi nei luoghi di culto del Reatino, attuato dalle SS subito dopo la retata di Roma.
 
Infatti, il 16 ottobre precedente, la Ghestapo e le SS, entrati in forze nel ghetto romano, prelevarono 1259 ebrei che vi abitavano per deportarli ad Auschwitz. Solo 16 di loro sopravvissero.
 
La libreria di Amalia Agnelli era allora il “punto di approdo” per la salvezza dei prigionieri inglesi, diretti oltre il fronte del Sangro per ricongiungersi ai propri reparti, per gli antifascisti ricercati e per oltre duecento ebrei, provenienti in massima par-e da Roma, nonché i moltissimi al confino, disposto dal fascismo, disseminati in vari comuni dell’aquilano, come Leone e Natalia Ginzburg che risiedevano a Pizzoli.
 
A quel tempo la silenziosa e pericolosa lotta contro i crimini tedeschi era condotta unitariamente da cattolici (come Amalia Agnelli), da comunisti, da azionisti, da monarchici etc.
Valgano a questo proposito le dichiarazioni rilasciate (a chi scrive) nel 1994, da Vittorio Giorgi, personaggio di spicco del comunismo abruzzese e parlamentare scomparso alcuni anni fa, impegnato nella Resistenza con Leone e Natalia Ginzburg:
 
“Natalia (Ginzburg) mi disse chiaramente: se non avete altro per gli ebrei, il ‘rifugio’ è donna Amalia Agnelli. Fu però l’organizzazione che mi segnalò donna Amalia, alla quale potevo presentarmi solo io, non potevo delegare alcuno, per ottenere asilo per i ricercati. I rapporti erano questi: io andavo da lei e lei sapeva chi ero. Accoglieva solo quelli che io accreditavo. Era molto riservata. Le uniche parole che ci scambiavamo, prima di salutarci, erano: speriamo di uscirne vivi!”.
 
A 70 anni dalla criminale e dolorosa deportazione degli ebrei del ghetto romano, L’Aquila si è idealmente unita alle manifestazioni, per il ricordo di quell’avvenimento, che si sono svolte a Roma.

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