Il segreto di Pulcinella è quel che non si dice, ma si sa

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La maschera napoletana di “Policinella” nacque ufficialmente nel 1609 per opera di Silvio Fiorillo

 

La maschera di Pulcinella rappresenta molti dei caratteri distintivi della cultura partenopea: l’atteggiamento popolare pietoso e ironico, la parodia e lo sberleffo, la familiarità col sacro ed il mistero, la gestualità vivace e tanto altro.
 
Pulcinella Cetrulo è un eroe comico diverso dai cosiddetti eroi “seri”; i primi, si differenziano poiché rappresentativi della quotidianità popolare, dei suoi lati oscuri, delle sue trasgressioni e delle tentazioni all’illecito mentre, quelli “seri”, descrivono le aspirazioni dei suoi ideali. 
 La maschera è famosa anche all’estero come Policinelle in Francia, Kasperle in Germania, Punch in Uk, Polichinela in Spagna 
 
Ma quali sono le origini della celebre maschera napoletana? 
Ufficialmente nacque nel 1609 per opera di Silvio Fiorillo e divenne per la prima volta protagonista nella sua commedia “La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella”; alcuni sostengono invece che le sue origini siano più antiche e che derivi da “Pulcinello”, un piccolo pulcino dal naso ricurvo, mentre altri ritengono sia un buffone contadino di Acerra la cui fisionomia si identifica nel naso lungo e la faccia annerita dal sole, nel vestiario composto da un largo pantalone in tela bianca ed una camicia dello stesso colore, e nei tratti comportamentali per la sua sensualità accentuata, l’ingordigia, la goffaggine associata all’arguzia e l’eccessiva loquacità.
 
 Il suo ruolo nel teatro assume caratteri innovativi quando crea disordine nell’interpretazione di padroni, principi, donne, accademici, dottori, avvocati, poeti, ecc. Con la sua trasgressività ed il travestitismo, Pulcinella ha ammonito i sovrani che fondavano il potere sull’arbitrio, denudato i militari della loro superbia, denunciato le diseguaglianze della giustizia ed espresso liberamente i suoi desideri e i suoi sentimenti. Nei dialoghi, invece, Pulcinella spesso infrange le regole convenzionali del linguaggio, rimanendo vittima della sua distrazione, dei suoi errori, della sua furbizia. 
 Eduardo De Filippo fu autore dell’opera “Il figlio di Pulcinella” (1957) 
 
Chi pensa che la maschera napoletana sia conosciuta solo in Italia si sbaglia, essa è nota in Francia col nome di “Polichinelle”, in Germania come “Kasperle”, nel Regno Unito come “Punch” mentre in Spagna come “Polichinela Don Cristobal”. 
 
A dimostrazione dell’universalità culturale della maschera, essa rivestì un ruolo importante nello spettacolo Ballet avec chant Pulchinella (Musique d'aprés Pergolesi) scritto nel 1919-1920 dal musicista sovietico Igor Stravinskij il cui esordio avvenne all'Opéra National de Paris con le scenografie e i costumi disegnati da P. Picasso. Ma esso non fu l’unico lavoro di matrice napoletana che coinvolse il celebre pittore spagnolo il quale, nel 1921, ispirandosi alla maschera partenopea dipinse “I tre musici”, capolavoro del cubismo sintetico in olio su tela raffigurante Pulcinella impegnato a suonare il clarinetto, Arlecchino con in braccio una chitarra e, al suo fianco, un monaco cantante. La famosa opera d’arte è tutt’oggi custodita all’interno del MoMa di New York. 
 
Ma la maschera del noto personaggio napoletano fu indossata anche da innumerevoli artisti d’eccezione come: l’allievo di Fiorillo, Andrea Calcese (considerato il primo Pulcinella della storia), Pasquale Altavilla, Antonio Petito, Eduardo De Filippo autore dell’opera “Il figlio di Pulcinella” (1957) dove il vecchio e credulone Cetrulo si spegnerà serenamente quando incontrerà il figlio segreto di ritorno dall’America che, ribellandosi alla servitù e alla sottomissione dei padroni, deciderà di non indossare più l’antica maschera. E ancora Massimo Ranieri nel film “L’ultimo Pulcinella” di Maurizio Scaparro, Massimo Troisi nelle rocambolesche avventure nei panni del Cetrulo nella pellicola “Il viaggio di Capitan Fracassa” (1990).
 
La celebre maschera ha ispirato anche Pino Daniele nella composizione del brano “Suonno d'ajere” (album Terra mia – 1977-) nel quale interpreta un Pulcinella ribelle che difende la classe povera dalle ingiustizie e dalle iniquità degli usurpatori della città. In “Terra mia”, Pino Daniele mescola le note musicali napoletane a quelle blues americane fondendo tradizione e innovazione dando vita ad un ritmo blues in chiave tarantolata. Pulcinella diventa così espressione non solo della città di Napoli, ma della cultura, del linguaggio, dell’ingegno e della poesia in Italia e nel mondo capace di rendere la maschera contadina napoletana una fonte inesauribile di ispirazione d’arte internazionale. 
 
Ecco il testo della canzone Suonno d’ajere dall’album “Terra mia” (1977) di Pino Daniele:
Pullecenella mi (Pulcinella mio)
Comme si’ cagnato (come sei cambiato)
Sta maschera nera t’à si’ levata  (questa maschera nera ti sei levato)
Quanta dulure (quanti dolori)
E quanta suonno d’ajere                 (e quanti sogni di ieri)
Ce sta chi dice (ci sta chi dice)
Ca nun viene cchiù                           (che non viene più)
Ma nun è overo (ma non è vero)
Ca ie so’ fernuto (che io sono finito)
E allucco pe’tanto dulore (e urlo per tanto dolore)
Pe’ tanto dulore (per tanto dolore)
Tu nun si’ cchiù Pullecenella    (tu non sei più Pulcinella)
Facive ridere e pazzià (facevi ridere e giocare)
Mo t’arragge e pienze a’ guerra (adesso ti arrabbi e pensi alla guerra)
E nce parle ‘e libertà (e ci parli di libertà)
I’allucco ogne minuto  (e urlo ogni minuto)
Ncoppa ‘e vocche d’e signure ‘e (sulle bocche dei benestanti di)
‘sta città  (questa città)
Pe chesta miseria ca nce sta’ (per questa miseria che ci sta)
‘nzino a dinto ‘e recchie (fino a dentro le orecchie)
E nun ce lassa manco ‘o tiempo (e non ci lascia neanche il tempo)
E nce guardà (di guardarci)
Ma a chi stammo aspettanne (ma chi stiamo aspettando?)
Pe stennere ‘sti panne (per stendere questi panni)
‘E parole nun fanne rummore (le parole non fanno rumore)
Nun fanne rummore (rip.)
Tu nun si’ cchiù Pulecenella 
Facive ridere e pazzià 
Mo t’arragge e pienze a’ guerra
E nce parle ‘e libertà. 

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