La storia della Real Casa dei Matti di Palermo

La storia della Real Casa dei Matti di Palermo

L’imponente facciata dell’ex manicomio di Palermo, chiuso da oltre 30 anni. Fu uno dei primi esempi in Europa di struttura psichiatrica illuminata

A Palermo, tra il fiume Oreto e Corso dei Mille sorgeva un castello sulle cui basi Roberto il Guiscardo (era il 1071) fece costruire una chiesa intitolata a San Giovanni e in seguito un ospedale dedicato all'inizio ai soldati, poi ai lebbrosi. Da qui il nome con cui sono da allora identificati la chiesa e la struttura ospedaliera: San Giovanni dei Lebbrosi. Nel 1419 non solo i lebbrosi vi furono ricoverati ma anche i malati di mente. Quando Palermo fu colpita nel 1576 dall'epidemia della peste, ci si rese conto che un luogo dove si trovavano contemporaneamente scabbiosi, tisici, malati di mente e anche appestati era diventato inadeguato.
Fu solo per iniziativa della regina Maria Carolina moglie di Ferdinando IV di Borbone che, in visita a Palermo nel 1802 e sconvolta per le pessime condizioni in cui vivevano gli ammalati, li fece trasferire nei locali dell'ex noviziato dei Padri Teresiani Scalzi. Gli uomini furono così separati dalle donne consentendo ad entrambi condizioni di vita più dignitose.
 
L'impianto ospedaliero, denominato Real Casa dei Matti, passato nel 1824 sotto la direzione del barone Pietro Pisani, cambiò decisamente aspetto e nella struttura furono accolti solamente malati di mente, fu proibito l'uso di vocaboli quali matto, folle, pazzo, e s’impose che i malati fossero chiamati con i loro nomi, furono abolite le punizioni coercitive e l'uso della camicia di forza e l’isolamento in camera fu adoperato soltanto in casi estremi.
Con queste innovazioni divenne esempio per le analoghe strutture europee e fu tanto innovativo e ammirato che Nathaniel Parker Willis nella sua opera “The madhouse to Palermo”, pubblicato sul The Metropolitan Magazine, lo indicò come esempio per le strutture ospedaliere in costruzione negli Stati Uniti.
Su iniziativa del Senatore Gaetano La Loggia, divenuti insufficienti, altri locali a partire dal 1874 furono ricavati dalla Vignicella, nome dovuto ai rigogliosi vitigni che un tempo venivano coltivati.
 
La costruzione di forma quadrangolare che sorse sopra un cinquecentesco torrione, è conosciuta anche con il nome di Castello di Vetro.
Alla sua sinistra si trova un pozzo che costituisce l'ingresso di un “qanat” (i qanat sono canali che furono costruiti seguendo la conformazione e morfologia friabile della roccia per portare acqua in superficie intercettando le falde del terreno attraverso un'estesa galleria ubicata a monte) e sembra che siano stati gli Arabi a costruire il complesso distrutto poi durante una guerra.
 
Dopo alcuni vuoti storici e passagi a nobili famiglie e a ordini religiosi (Gesuiti) come luogo di villeggiatura, nel 1681 fu integrato ad un fondo (Uscibene). Nel 1888 furono soppressi gli ordini ecclesiastici, il complesso fu incamerato dallo Stato e sorsero i primi padiglioni dell'Ospedale Psichiatrico.
Il progetto dei padiglioni portava la firma dell'architetto Paolo Palazzotto e i lavori iniziarono nel 1884 e furono affidati all'impresa del cavaliere Michele Utveggio, lo stesso che costruì il caratteristico edificio di colore rosa posto a metà della strada che porta al santuario di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino. 
Tra il 1888 e il 1928 sorsero gli ambulatori, le degenze, le infermerie, la clinica psichiatrica, i locali dell'amministrazione e della direzione, la lavanderia, la colonia agricola. Nel 1910 la struttura assunse il nome di Nuovo Manicomio Pietro Pisani (mani-a = pazzia; mani-as = demente; komeo = curo; komion = ospedale da cui manicomio è la traduzione di ospedale dei pazzi). 
 
Nel 1912 la Vignicella viene definitivamente abbandonata. Il complesso fu terminato nel 1945 e da allora sino al 2012 fu arricchito dai padiglioni intitolati a Luigi Biondo con i reparti di geriatria, neuropsichiatria infantile e dal 2009, uno per l'assistenza ai malati terminali.
Ma chi era Luigi Biondo? Era uno dei quattro figli, insieme ad Andrea, Eugenio e Teresa di Salvatore, membro di una famiglia di editori, librai, tipografi che si arricchì lavorando sodo insieme ai suoi figli che alla sua morte divisero e incrementarono gli investimenti del padre dedicandosi non soltanto all'editoria ma anche ad altre attività di cui tutt'ora rimangono alcuni edifici, teatri, tipografie e quant'altro anche se col tempo hanno cambiato denominazione e proprietà. Il più fortunato e oculato investitore fu Luigi che riuscì ad accumulare una ingentissima fortuna facendo degli investimenti finanziari e in borsa a Roma dove si era stabilito dopo la divisione dell'eredità paterna.
 
Grande risparmiatore ma non avaro: aveva un sogno, quello di creare opere assistenziali per la sua città. E fu così che ne costruì ben quattordici a proprie spese, senza contributi pubblici e completi di arredi ed attrezzature: l’Ospedale dei bambini, un edificio di quattro piani; la casa della madre e del bambino alto due piani; un padiglione dedicato allo studio e alla cura del cancro al Policlinico; un edificio di due piani per la rieducazione dei bambini disadattati presso l'Ospedale psichiatrico di via Pindemonte; un palazzo di cinque piani all'Ospedale di Villa Sofia con 115 posti letto per la cura geriatrica per uomini e donne affetti da mali incurabili, impossibilitati alla deambulazione e rifiutati dalle altre strutture; un centro studi gerontologico con “60 comode poltrone in legno per studenti universitari per specializzarsi in malattia della vecchiaia, munito di cinema per proiezioni scientifiche” come diceva lo stesso Luigi Biondo; un edificio di due piani a Villa Sofia come ospedale pediatrico e traumatologico; un asilo nido permanente collocato in un palazzo di cinque piani; un padiglione di cardiochirurgia all'Ospedale Civico; un padiglione per minori disadattati all'Ospedale Psichiatrico; quattro piani in una delle arterie principali della città come casa di riposo per anziani inabili e poveri; un ricovero di tre piani per bambini fino a sei anni; un ambulatorio dermosifilopatico all'Ospedale Civico e, infine, un locale terreno adibito a mensa per i poveri.
Muore povero all'età di 95 anni dopo avere terminato tutte le opere che si era prefissato di donare alla sua città. Al suo funerale, nonostante la sua grandissima generosità, parteciparono circa 50 persone e nessun politico. Per non smentire il detto latino: “Nemo propheta in patria”, ovvero “nessuno è profeta in patria” a significare la difficoltà che spesso si ha di emergere in ambienti familiari.
 

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