In ‘Last words’ un testamento che lascia senza parole

In ‘Last words’ un testamento che lascia senza parole

Il poeta e scrittore Gabriele Tinti ha appena pubblicato “Last Words” (Ph. Sergio Marcelli)

“Mi hai strappato l’anima. Non ho più ragione di respirare.
Volevo solo amore. Ho fatto tutto per te. Lavoravo per noi due. Ma tu non sei mai stato con me.
Il mio futuro è distrutto, la felicità mi è stata portata via”.
 
Morire per amore. O per disinganno, vergogna, paura, solitudine, morire di dolore, di abbandono, per malattia o disperazione. Ci sono tante delusioni, troppe forze che mancano per sopportare la vita, le responsabilità, guardarsi in faccia e  affrontare il mondo o un nuovo giorno, per voltare pagina, per essere se stessi. Ma ci sono anche tante parole che restano soffocate in gola se qualcuno sceglie quel gesto estremo che è un colpo al cuore della coscienza di ciascuno.
 
“Last words” è una raccolta di found poems. Gabriele Tinti lo ha composto per restituire il lirismo degli istanti ultimi. In una collettanea, in un unico, lungo, doloroso, commovente, poema della realtà, ha messo insieme le ultime parole di persone comuni che hanno scelto di suicidarsi. Parole organizzate dall’autore in forma di epitaffio collettivo e riportate fedelmente, senza alcuna modifica di comodo, privandole così di qualsivoglia patetico tentativo d’immedesimazione, di finzione, di artificiosità letteraria.
Letali, terribili, lucide, scritte come urlo, come grido, in serenità, con consapevolezza, in pace.
Sono parole che contengono tutta la complessità terribile della vita. Nel loro essere ultime, conclusione d’ogni comunicazione, d’ogni slancio vitale, testimoniano la più autentica difficoltà dell’essere uomini.
 
“Faccenda straziante, crudele, stravolta, faccenda dolorosa, il morire. Esperienza della coscienza che ne parla prima di viverla. Talvolta ne scrive, ne lascia traccia. Altre volte ne comunica a parole. Altre ancora ne tace. In ogni caso sarà per un’ultima volta. Perché la ‘realtà’ quale noi la sperimentiamo, non è più accettata. Non è più. Perché da lì in poi c’è soltanto la morte. Che è definitiva. Rapendo ogni cosa, scinde, lacera, finisce, risolve. Perché si è sfondata quella porta per andare di là. Là dove non v’è più coscienza, conoscenza, consapevolezza. Là dove prima c’era tutto, ora più nulla”. 
 
Ne parla così Gabriele Tinti, autore marchigiano che ha pubblicato “New York Shots” nel 2011 (Allemandi&C.) e “The way of the cross” nel 2012 (Allemandi&C.) collaborando con l’attore Michael Imperioli, e “All over” nel 2013 (Mimesis Publishing).
I suoi libri sono stati presentati al Queens Museum of Art, al Bronx Museum of the Arts di New York, alla Triennale di Milano, al Macro e al Museo Nazionale di Roma, al Boston Center for the Arts e al J. Paul Getty Museum di Los Angeles.
 
I suoi libri di poesia sono conservati nei maggiori centri internazionali: Poets House di New York, Poetry Center di Tucson, Poetry Foundation di Chicago, Poetry Collection di Buffalo e Poetry Library di Londra. Le sue poesie sono state lette da Alessandro Haber, Michael Imperioli, Burt Young, Edoardo Ballerini, Franco Nero e Robert Davi.
 
Il libro, “Last words” si apre con un saggio del sociologo e guru dell’era digitale Derrick de Kerchkove che ammette subito la difficoltà di trattare l’argomento: “Tendo a evitare i pensieri sul suicidio. Troppi amici se ne sono andati così. Un tempo l’idea mi spaventava. Tuttora quando sento di qualcuno che si è suicidato devo reprimere un brivido, un’inquietudine passeggera, ma è tutto. Nondimeno, è una vera sfida scrivere una prefazione a questo libro. Ho accettato perché ho conosciuto personalmente almeno trenta amici o colleghi o parenti di questi che si sono tolti la vita. Sentivo in qualche modo di dover loro l’attenzione che questo tragico libro dedica all’ultimo istante riflesso prima del togliersi la vita”. 
 
Ma de Kerchkove invita il lettore a non rinunciare al confronto con il tema: “È una sfida persino leggere attentamente queste parole. Oltre a essere toccanti e profondamente avvincenti, sono anche un invito a fissare la morte negli occhi, qualcosa che a pochi di noi piace fare. La Rochefoucauld scrisse tra le sue celebri massime che “Due cose non si possono guardare in faccia: il sole e la morte”.
 
L’io lirico, in questo lavoro di Gabriele Tinti che è accompagnato dalle immagini forti del fotografo statunitense Andres Serrano tratte dalla scandalosa serie “The Morgue”, diventa un noi immerso nel panico, nell’angoscia che si fa disperazione ed infine dramma. 
Per le persone a cui è stata restituita l’ultima parola, talvolta la ragione del suicidio, il dramma è reale, imminente. Accadrà, presto. Il lettore sente il dolore, è palpabile, crudo, sconvolgente. Sapere in anticipo come va a finire, colpisce, disturba, mette in crisi le ragioni che governano la vita quotidiana. 
 
Non a caso, nella postfazione che accompagna questa edizione curata da Skira, il filosofo Umberto Curi mette in evidenza come la relazione interrotta con la vita, anche se altrui, crea uno squilibrio interiore: “Ha ragione Jack London. Se senti arrivare il dolore, fino al punto da sentirti soffocare, non puoi avere dubbi: non è la morte, è la vita. La morte non fa male. Fa male la vita, ‘con i suoi spasimi, con le sue terribili sensazioni’”. 
 
Invita tutti a dare più peso alle sensibilità altrui. I testamenti verbali raccolti da Tinti, scrive Curi, “dovrebbero insegnarci ad ascoltare le parole che ci vengono indirizzate finché si è ancora in tempo per ascoltarle.
Dovrebbero ammonirci a cor-rispondere col logos al logos, anziché lasciare che anche solo una parola si perda come un rimbombo indistinto”.
 
Un richiamo chiaro contro l’imperante indifferenza, il diffuso egoismo, la sordità di una società superficiale. Il problema è che questi “messaggi nella bottiglia” troppo spesso sono “destinati a restare senza riscontro, lasciano - dice Curi - chi le legga senza parole”. 
A patto che si abbia la forza di leggerle. Perchè nella maggior parte dei casi si rifugge il fine vita, qualunque esso sia. 
Eppure servirebbe pensarci, a mente lucida, quando non soffriamo, quando la morte non ci tocca, per vivere meglio, per ritrovare la strada, per ridare valore a tutto quello di cui ci circondiamo e di cui spesso ci si rende conto solo quando manca.

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