La memoria condivisa che l’arte aquilana trasforma in senso di appartenenza

La memoria condivisa che l’arte aquilana trasforma in senso di appartenenza

Con ‘Memoria e Appartenenza’ 14 capolavori ripercorrono la storia della comunità de L’Aquila

Una collezione d’arte è sempre, un cammino, un viaggio che si intraprende nella bellezza e nella unicità del fatto artistico. Molto spesso ricompone il gusto e le inclinazioni del committente/collezionista; molto spesso invece, in una collezione si ricompone il mosaico della storia di un determinato luogo e della sua arte, ovvero della sua memoria. 
 
Un cammino nella storia e nella memoria collettiva alle ricerca dell’appartenenza di ognuno al suo territorio è quello che avviene con la mostra “Memoria e Appartenenza - Arte sacra all’Aquila tra il XVI e il XIX secolo” che la Fondazione Carispaq vuole condividere con una comunità da sette anni alla ricerca di quel senso di appartenenza che è legame imprescindibile con la tua città, con il tuo luogo. 
 
Nella selezione di opere esposte si ricompone la storia di secoli in cui la città ha vissuto il suo massimo splendore e potere, ma anche la sua decadenza e impoverimento. Un percorso cronologico che ricuce fatti e personaggi di una storia lunga e preziosa che attraverso le opere d’arte esposte diventa, di nuovo, memoria condivisa come necessario momento di incontro e, in questi anni di lacerazioni sociali di una comunità violentemente allontanata dalla propria storia per effetto del sisma del 6 aprile 2009, di scambio delle proprie personali memorie.
 
Ed è questo il senso di una mostra che fa riemergere nomi e vicende di artisti che hanno caratterizzato, con il loro lavoro, secoli ancora oggi leggendari. Saturnino Gatti, Giovanni da Lucoli, Maestro dei Polittici Crivelleschi, Cola dell’Amatrice, Girolamo Da Vicenza per iniziare, nomi di personalità che contribuirono alla grande stagione di potere e splendore dell’Aquila. Il periodo tra la seconda metà del XIV secolo e i primi decenni del XV fu quello in cui si sviluppò la cosiddetta “scuola aquilana”, il momento più alto del Rinascimento aquilano e abruzzese. Opere come la Madonna con Bambino (1485 - 1490) di Saturnino Gatti, acquistata negli anni settanta del secolo scorso, dimostrano come all’Aquila questi artisti con le loro botteghe, fossero al passo con i tempi, informati e non isolati rispetto alle ricerche che personalità ben più note portavano avanti negli stessi anni. 
 
Così questa tavola, tanto conosciuta e cara agli aquilani, rappresenta proprio il momento cardine della vita di Gatti, il ritorno in città dalla Firenze Medicea dove si formò nella bottega del Verrocchio insieme ad artisti come il Ghirlandaio, il Pollaiolo o Leonardo. 
 
Non di meno nel racconto di questa mostra l’incontro con lo splendido Polittico attribuito dallo storico dell’arte Ferdinando Bologna ad una personalità identificata come Maestro dei Polittici Crivelleschi (intendendo la diretta discendenza da quella scuola che ebbe origine dal pittore Carlo Crivelli che a metà XV secolo divenne di fatto il più importante artista attivo sul bacino dell’Adriatico) che nella sua illuminante definizione rappresenta “un isolato episodio di crivellismo ad occidente del Gran Sasso”, è tappa fondamentale per capire che tipo di clima si respirasse in città alla fine del Quattrocento. 
 
Un clima così aperto e fecondo che richiamò l’attenzione di un altro grandissimo artista, oggi più noto perché legato alla sua città natale distrutta dall’ennesimo forte terremoto che sconvolge la catena appenninica, quel Nicola Filotesio detto Cola dell’Amatrice che nel secondo decennio del XVI secolo ottenne la sua commissione più importante: la progettazione della facciata della grande Basilica dedicata a San Bernardino da Siena, morto all’Aquila nel 1444, la cui costruzione segnò il cambiamento in senso moderno, secondo lo storico Raffaele Colapietra, della società aquilana. 
 
Di questo grandissimo artista la mostra propone due oli su tavola che provengono dal territorio di Ascoli Piceno e quindi molto più vicini all’esperienza ascolana del nostro, ma che nondimeno “sono pregevole testimonianza della grande qualità pittorica espressa da Cola nel secondo decennio del Cinquecento, laddove sembrano convivere perfettamente alcune asprezze di marca tipicamente crivellesca, con inserti prelevati dalla cultura antiquaria romana” (Michele Maccherini in “L’arte aquilana del Rinascimento” ed. L’Una, L’Aquila 2010).
 
Il periodo di maggiore splendore all’Aquila si chiude nel trentennio del Cinquecento, quando l’invasione delle truppe di Carlo V e la dominazione degli spagnoli posero fine alle aspirazioni di autonomia e libertà di una città che aveva basato proprio su questo il suo sviluppo. L’arte però sembra risentirne solo molto più tardi e per effetto di un altro grave colpo inflitto alla già piegata comunità aquilana: il terremoto del 1703 che rase al suolo la città e decimò la popolazione. Quella rinascita segnò anche l’arrivo di maestranze da tutto il paese e con esse artisti che trovarono, in un nuovo necessario fervore, committenze e gloria. 
 
Così la Collezione pone a confronto alcune tra le più grandi personalità italiane del seicento, che all’Aquila erano molto noti se non di casa, grazie allo spirito del collezionismo che le grandi e potenti famiglie aquilane avevano sempre incentivato. Così incontriamo Luca Giordano e Mattia Preti, due pittori post caravaggeschi tra i maggiori esponenti di quella scuola napoletana che tanto seguito ebbe nel XVII secolo. 
 
Nel XVIII secolo poi, tra le personalità più conosciute presenti in mostra si rivela con tutta la sua forza, quella del veneziano Vincenzo Damini che all’Aquila arrivò nel 1737 e vi rimase fino alla morte, avvenuta dodici anni dopo, lasciando tracce nelle chiese, nelle confraternite, nei più importanti palazzi gentilizi. La mostra chiude con due opere di soggetto sacro del pittore ottocentesco Teofilo Patini, originario di Castel di Sangro, fondatore all’Aquila della Scuola di Arti e Mestieri e più noto per i soggetti di verismo sociale di cui egli fu principale esponente; una di esse raffigura San Carlo Borromeo che visita gli appestati. E’ il bozzetto dell’omonima grande Pala d’Altare che si poteva ammirare nella Cattedrale dell’Aquila; il terremoto del 2009 ne ha fatto scempio ed essa è uno dei tesori che quell’evento ha cancellato per sempre. Ci resta questa testimonianza come memoria mai persa, come incitamento alla rinascita di questa città e di tutte le altre che hanno vissuto la stessa dolorosa sorte. 
 

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